Carol (ovvero UOCHI TOKI live)

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(racconto liberamente ispirato dal concerto di Uochi Toki, 19 marzo, Circolo Arci Magnolia, Milano)

Si risvegliò camminando. Riprese conoscenza all’improvviso, come se fosse uscito di colpo da un tunnel nero, oscuro. Si guardò attorno: una strada deserta, palazzoni popolari sfregiati dal tempo, macchine distrutte parcheggiate qua e là. Dov’era finito? Cos’era successo? L’orologio gli sputò in faccia l’ora: le 7.33. L’ultimo suo ricordo, un bacio passionale con una sconosciuta in un vicolo qualunque verso le sei di mattina. La sua memoria aveva un’ora e mezzo di buco. Una nebbiolina leggera copriva lo scenario squallido che lo circondava. Umidità, desolazione. Si sentiva piccolo e spaesato. E adesso cosa faccio? pensò.

Si controllò il corpo. Niente cicatrici, buchi o segni strani, solo un numero di cellulare e il simbolo di una falce lunare scarabocchiati a penna sul palmo della mano destra. La calligrafia non era la sua. Durante la sua assenza cerebrale aveva quindi interagito con qualcuno. Non andava per niente bene, era pericoloso vagare da soli e disarmati fuori dalla propria zona. I rapimenti erano all’ordine del giorno, il mercato degli organi sempre più florido. Dov’era la sua moto? Come era arrivato fin lì? Fuck! Era nella merda. Si mise le mani in tasca. Portafoglio, chiavi e cellulare c’erano ancora. Prese il telefonino, provò ad accenderlo senza successo. Fermo in mezzo alla strada deserta si guardò attorno di nuovo. Un cane randagio, secco e malato, si aggirava fra le macchine alla ricerca di cibo.

Avvolto dal freddo e dalla stanchezza, sentiva l’impulso di abbandonarsi sul marciapiede e addormentarsi, dimenticare la vita per qualche minuto ancora. Era spossato, gli occhi come due macigni roventi.

Pensò a Carol e alla promessa che le aveva fatto. Raccolse tutte le forze che gli erano rimaste e mise in moto il cervello. Scariche di adrenalina lo rianimarono. Doveva subito trovarsi un’arma e capire dove fosse. Tornare a casa non sarebbe stato facile. E lui doveva assolutamente riuscirci.

Andò verso il parcheggio del primo palazzo. Vide una tenda muoversi dietro una finestra. Lo stavano controllando. La facciata, mangiata dalla pioggia acida, lo sovrastava. Con i suoi trenta piani sembrava un mostro mitologico pronto a divorarlo. Doveva rimanere calmo, dimenticare il mal di testa e la bocca secca e trovare subito qualcosa con cui difendersi. Il bagagliaio di una Mercedes degli anni ’80 rovinata dalla ruggine era mezzo aperto. Lo sollevò alla ricerca di una chiave inglese, di un martello o qualsiasi oggetto da usare nel caso fosse stato aggredito. Il corpo di una giovane donna, martoriato da lividi e tagli, era accartocciato nel vano in una posizione innaturale. Gli occhi sbarrati, vitrei. I capelli lunghi strappati a ciocche. La bocca in un ghigno di sofferenza. Sulla sua fronte insanguinata era stato inciso il numero 8. Una vertigine gli prese la nuca. Il cuore iniziò a battergli all’impazzata, il respiro si fece affannoso. Il suo timore si trasformò in certezza: era finito nella Zona 8. Una terra di nessuno comandata dal caos, un lembo di asfalto e cemento alla periferia nord della città. L’anticamera dell’inferno.

(continua…)

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