Paura e delirio a Sanremo

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Il belloccio imbellettato si sistemò la cravatta. Il faretto della telecamera gli si stampava sul volto arrossato. Perché si era fatto quelle maledette lampade? Lo sapeva che si sarebbe scottato. Già la sua pelle non sopportava il sole d’estate, figuriamoci d’inverno. Era a disagio, tutta Italia l’avrebbe visto in quelle condizioni. Sembrava un lampione, era quasi fosforescente. E perché poi Laura non la smetteva di mettergli e togliergli la sciarpa? Che si decidesse! Era l’assistente peggiore che avesse mai avuto, sempre lì ad assillarlo per questioni inutili. Ma almeno aveva due belle bocce e quando la sera tornavano in albergo, non si tirava indietro per una sveltina, anche se avevano vent’anni di differenza.

Il collegamento da Roma ritardava ad arrivare, il Tg aveva un ospite in studio per parlare dei casini che stavano succedendo in Libia. Ma che si fottesse anche la Libia! Lo sapevano anche i bambini che far fuori Gheddafi era stata una stronzata gigantesca. E poi, sinceramente, non fregava un cazzo a nessuno se l’Isis aveva ucciso qualche magrebino. Ma che si massacrassero da soli, una volta per tutte. L’unica cosa importante, ora, era fare un bel discorsetto di due minuti, bello sciolto e senza fare strafalcioni. Il whisky gli aveva dato la carica giusta, ma se aspettavano ancora un po’ a dargli la linea…

Stava iniziando a piovere seriamente. L’operatore gli fece segno: 30 secondi e sei in onda. Vai tranquillo, pensa di parlare a un amico, relax, sei figo, sei bello, sei forte. 15 secondi. Inspira, espira, ti guarda tutta Italia, non fare stronzate e non pensare ai magrebini.  5 secondi. Dai che dopo vai a berti qualcosa di forte. 3, 2, 1. La luce rossa della telecamera si accese. “Buonasera da Sanremo. Oggi scopriremo finalmente il vincitore di questa 65esima edizione del Festival della musica italiana…”.

– 5 ore dopo –

E anche quest’anno era quasi finita. Gli mancava solo il collegamento finale e poi sarebbe potuto tornare in albergo a spassarsela per l’ultima volta con Laura. A Roma non se ne parlava neanche, aveva due figli e una moglie, meglio non fare cazzate. Ma quanti giornalisti ci saranno stati lì con lui? Centinaia? Dicevano circa un migliaio. Dicevano. Mai fidarsi della Rai.

Ma com’era andato quel Sanremo? Se superava il suo cinismo cronico, riusciva a rendersi conto che l’edizione di quest’anno non era andata male. Anzi, come ascolti aveva fatto il botto. Carlo Conti, con il suo Festival della restaurazione (come l’avevano chiamato i suoi colleghi) aveva giocato la carta giusta. Se “Sanremo è Sanremo”, era inutile tentare di fare i radical chic, gli intellettuali di sinistra, come aveva fatto Fazio. “Sanremo è Sanremo”, punto. Le caratteristiche del Festival dovevano rimanere le solite: tematiche da famiglia, cattolicesimo strisciante, qualche presenza esotica (vedi il trans barbuto, come si chiamava? Ah sì, Conchita Wurst. E poi la famiglia con 16 figli. Ma il Papa non aveva detto che più di sette non era consono?) e tanto, tanto perbenismo. L’italiano medio è così! Adora la banalità! Ed è giusto dargli quello che vuole. Non è che se alla gente piace la pasta al ragù, tu gli dai la pasta zucchine e gamberetti perché fa più figo! No, la rimpinzi di pasta al ragù! E poi Conti riusciva a tenere botta come pochi. Impassibile, quasi robotico, non sembrava minimamente aver risentito della stanchezza. Pessime invece le vallette. Arisa sembrava una cerebrolesa, non riusciva neanche a leggere il gobbo. Emma una caciarona, anche lei incapace di leggere (una botta però gliel’avrebbe data volentieri). Si salvava forse Rocìo, ma perché era simpatica e soprattutto una strafiga. Maledetto Raul Bova!

Ma se “Sanremo è Sanremo”, è anche canzonette. Checchè se ne dica, sarà sempre così. E quest’anno non era stato da meno. A partire dalla monotonia dei temi. Quasi tutte le venti canzoni parlavano d’amore. Ma basta con questo amore! L’amore non esiste! L’uomo è un animale cinico e impulsivo, niente più. E poi c’erano state anche delle schifezze vere e proprie. Biggio e Mandelli, per esempio. Ma che se ne tornassero a Milano a fare I soliti idioti! Non sapevano neanche cantare! E allora perché partecipare? Oltre che imbarazzanti per se stessi, erano anche un insulto ai veri artisti in gara. Non capiva come mai non fossero stati linciati da una folla urlante con torce e forconi. Che scoop sarebbe stato: IDIOTI UCCISI DA PUBBLICO IN DELIRIO. Già se l’immaginava: primo piano delle pozze di sangue per terra, panoramica a salire fino al volto sconvolto del giornalista (lui ovviamente), sporcato anch’esso da goccioline di sangue ancora fresche. La voce spezzata dall’emozione, dalla paura. E sarebbe diventato una star. Altro che inviati in Siria o Iraq, un omicidio a Sanremo era quello che la gente voleva! Ma tanto, non sarebbe successo. Quindi non valeva neanche la pena di fantasticare. Odiava le perdite di tempo e qualsiasi cosa fosse inutile. Quindi continuò a pensare al festival appena concluso, nel caso da Roma gli avessero chiesto qualche impressione a caldo, in diretta.

La verità era che c’erano stati molti artisti opachi, di cui stava già iniziando a scordare i nomi. Come i soliti vecchiacci che non si ostinavano a gettare la spugna, e a carriera ormai finita tentavano disperatamente di ritornare ai fasti del passato. O le giovani promesse, rigorosamente uscite da qualche talent show e rigorosamente fuori posto sul palco dell’Ariston. Come il piccolo Fragola, che a vederlo lì, tutto emozionato, gli sembrava un pulcino appena nato. Ma stattene a X-Factor che fai una figura migliore!

Non poteva negare che qualche artista si fosse rivelato interessante. Doveva ammettere che gli erano piaciute Malika Ayane e Nina Zilli. Entrambe belle, brave, professionali e travolgenti. E perché no, con una promettente carriera in vista. I maschi invece erano stati quasi tutti un fiasco. Non che fossero inascoltabili, ma senza dubbio di una banalità assoluta. E quando non erano banali, cantavano da schifo. Ma decidetevi, no? Nella scelta di alcuni cantanti Conti aveva proprio toppato.

Ma la cosa più scandalosa era che avevano vinto quei tre ragazzetti che cantavano pop lirico, Il Volo. Ma quanto se la tiravano? Ma quanto poco naturali erano sul palco? Li odiava. Fottuti pupilli Rai, cresciuti a Ti lascio una canzone. Bambinetti, che la prima persona che avevano ringraziato dopo aver vinto il Festival era stato il loro manager. Ma chi cazzo siete? Ma salutate la mamma o la fidanzata come fanno tutti! Lecchini… Almeno non era l’unico a pensarla così, tutta la sala stampa li detestava, a parte qualche vecchiaccia con un piede nella fossa. Che poi, ma vattene in pensione, no, invece di star qui a urlare come un’ossessa perché tre ventenni hanno vinto Sanremo! Non sono i tuoi amati nipotini! Qualcuno aveva fatto notare che almeno, dato che i bambocci sarebbero andati a Eurovision, l’Italia avrebbe portato all’estero qualcosa di serio, impegnato. Forse era vero. La magra figura, anzi l’anoressica figura fatta l’anno scorso con Emma aveva fatto vergognare tutto il Paese. C’era anche chi, invece, aveva dato la colpa a Conti di averli accettati al Festival, precludendo così agli altri artisti qualsiasi possibilità di vittoria. In realtà non gliene fregava più niente, era stanco e l’unica cosa che riusciva a pensare erano le giovani tette di Laura. Si prese un gin tonic per sopravvivere all’attesa.

Il cocktail stava iniziando a fargli effetto. Guardò la sala: giornalisti da tuta Italia erano impegnati a battere le dita sui tasti del pc, a fare fotografie, a filmare la conferenza stampa. Rocco Tanica, a cui avevano tagliato all’ultimo momento il numero comico che eseguiva tutte le sere, si aggirava sconsolato con ancora il microfono attaccato alla giacca. Un’improbabile Alba Parietti si stava affrettando verso l’uscita con passo incerto, diva decaduta che nessuno si filava più. Vide i cani della polizia che giravano giocherelloni per la sala. Si ricordò cosa gli aveva detto poco prima il barista: se vanno giù nei camerini impazziscono. E infatti, pensò, nei camerini non ci andranno mai.

Fece un gran respiro. Si rese conto che gli sarebbe mancata quell’atmosfera elettrica, viva, pulsante. Quel crogiolo di gente, tutti ammassati gli uni sugli altri, ma con ordine. Non c’era un vero e proprio caos in sala stampa. Era come se tutti si muovessero al”unisono, parti integranti di un enorme organismo vivente. Nel trambusto c’era un’armonia inspiegabile. Per la prima volta da quando era arrivato a Sanremo si sentì felice. E si ricordò la ragione per cui aveva iniziato quel lavoro: un tempo lo aveva rendeva felice.

Vide due giovani studenti della scuola di giornalismo, con quell’aria contenta di chi è consapevole che sta vivendo un’esperienza forse unica. Si ricordò la sua prima volta a Sanremo. Il suo collega si era ammalato e l’avevano schiaffato davanti alla telecamera subito, il primo giorno. Era una tv locale, ma si era cagato addosso. Aveva provato per la prima volta l’adrenalina della diretta, quella botta di vita che ti isola dal mondo circostante e ti obbliga a restare da solo con le tue parole e i tuoi pensieri. La bocca che si asciuga, il respiro che esce a singhiozzo. Dall’altra parte del filo ci possono essere anche milioni di telespettatori, ma rimani intrappolato in una solitudine strana, intima, difficile da spiegare. Ci sei te e c’è il discorso che devi fare, nient’altro. Guardi in camera e tutto il resto svanisce nel buio. Rimanete te e la lucina rossa.

30 secondi. L’operatore gli fece cenno di prepararsi. Fanculo al sentimentalismo. Finì il gin tonic tutto d’un sorso. 15 secondi. Si sistemò la cravatta che gli aveva regalato sua moglie. Sua moglie! Cazzo, cosa aveva fatto? Il pensiero di Laura nuda gli fece venire la nausea. Una strana paura lo invase. 5 secondi. L’alcol lo travolse come una valanga ghiacciata. La testa iniziò a giragli. La vista iniziò ad annebbiarsi. La sala era un vortice di forme e colori. 3, 2, 1. La lucina rossa si accese.

(Nota dell’autore: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale)

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2 pensieri su “Paura e delirio a Sanremo

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