Milano odia: la polizia non può sparare

calibro35

Calibro 35 live Alcatraz, 30 novembre 2014.

Camminava in una Milano spolverata da una pioggia costante ma leggera, quasi vapore. Pugni chiusi in tasca. Il bavero alzato e una calibro 35 ancora fumante nella cintura. Fedele amica. In bocca il sapore del sangue. Non avrebbero mai dovuto provocarlo, errore fatale. Con lui non si poteva scherzare. Dalle sue nocche ammaccate partivano fitte di dolore. Schizzi scuri sui pantaloni in velluto, come moscerini spalmati sul parabrezza. Patetici, pensava, volevano fare i duri. Ma questo mondo non è fatto per i deboli di stomaco. Li aveva rispediti al mittente con i denti rotti e le ossa fracassate. Un buco qua e la. Non aveva esagerato, era riuscito a fermarsi. Non come l’ultima volta, che aveva rischiato di finire al fresco per sempre. Per fortuna il distintivo, a volte, tornava utile. Sputò sull’asfalto bagnato, con rabbia. Non era ancora finita, chi li aveva mandati non si sarebbe arreso così facilmente. Certi individui o li ammazzi subito o dovrai farci i conti per il resto della tua vita. Neanche la prigione li ferma. Il loro fetore ti seguirà sempre. Allora sei costretto a vivere guardandoti le spalle, i nervi in tensione, le dita pronte sul grilletto.

Il labbro si era era già gonfiato. Ci voleva un whiskey doppio per cancellare il sapore ferroso del sangue. Si infilò nella via stretta e deserta, lo sguardo basso, come a cercare sul marciapiede un perché di quella notte infernale. L’insegna rossa si lamentava a intermittenza. Caro Bar Jolly, pensò, quante volte mi hai accolto nel tuo caldo ventre, quando neanche il mondo mi voleva più. Appena entrò quattro uomini lo squadrarono, per poi tornare a un’infinita partita a briscola. Occhi gialli e stanchi, sigarette in bocca, mani da alcolista. Da qualche parte, in questa grigia città, in qualche umido appartamento c’era qualcuno che li stava aspettando. C’è sempre una donna che ti aspetta a casa, anche se sei l’ultimo degli uomini, relitto fra i relitti.

Ma non lui. No. Non c’era nessuno che lo aspettava, non ci sarebbe più stato. Il suo cuore, fracassato dalla vita, era ingessato. Era vivo, sì, ma rinchiuso su se stesso.  Non si ricordava neanche più l’ultima volta che aveva accarezzato la pelle di una donna. Si guardò le mani, gonfie e tumefatte. Un rigurgito di rabbia gli afferrò la gola. I pensieri iniziarono a urlargli in testa, assillanti, pressanti, dolorosi. E’ vita, questa? Si domandò. Sicuramente è l’unica che conosco.

Poi la vide, occhi sinuosi da gatta, malinconici e quasi stanchi. Elegante nel suo vecchio cappotto scuro. Intrigante, reggeva delicatamente una sigaretta quasi finita. Il fumo filava liscio verso l’alto e andava a sbattere contro la polvere del lampadario. Seduta all’estremità del bancone, lo fissava come si fissa una preda, o un salvatore. Si guardarono per minuti interi, bevendo in silenzio. Si sentì fragile, ma vivo. E in quegli sguardi riuscì a capirla.

Fecero l’amore con selvaggia disperazione, come se l’essere fusi in un unico corpo fosse l’unica via di salvezza dalle brutture del mondo. Un’intesa inebriante, incontrollabile, che li spinse verso orizzonti sconosciuti, in una spirale di passione cieca, esasperata, folle. Si dimenticarono di esistere e si abbandonarono ciecamente alla notte.

gab

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