Languidi Yankee

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24 novembre. Macchina nel buio milanese. Magazzini Generali. Vuoto e desolazione. Due losche figure su una panchina. Sguardo perplesso. Smartphone, internet: “concerto The Drums“. Locale sbagliato. Shit! Ancora macchina. Prima-seconda-terza e via. Navigatore: Circolo Arci Magnolia. Quarta-quinta sull’asfalto bagnato. Rotonde e semafori. Musica nello stereo, alta. Direzione Linate. Chilometri evanescenti verso Segrate. Un parcheggio nudo. Primo ingresso. Un buttafuori triste e solitario, con il muso nel telefono. Passi bui in un parco horror, nebbiolina fine. Secondo ingresso, transenne nel vuoto, inutili. Discussione con cassiera acida all’entrata. Proprio acida in questo lunedì sera. Imprecazioni fra i denti. Sorriso maligno. Locale semi vuoto. Fuori, un paio di fumatori. Dentro, un centinaio scarso di persone. Per la maggiore hipster, ma meno del previsto. Abbigliamenti dark e attillati. Giacche in jeans, berretti di lana neri, cappotti verde militare. Pantaloni sopra la caviglia. Una borchia qua e la. Desiderio che il concerto inizi.

E poi il gruppo di Brooklyn sale sul palco. Da New York per sfoderare un rock malinconico e mellifluo. Figli d’arte di Smiths, Cure e Joy Division (all made in UK, anni ’80), The Drums hanno iniziato la propria carriera (2010) mescolando tali influenze con il sound del surf rock tipicamente statunitense (Beach Boys). Ne è venuto fuori un bel piatto di New Wave alla californiana, con un pizzico di elettronica. Questo fino al secondo album. Con il terzo lavoro (Encyclopedia, 2014), suonato sul palco del Magnolia, le cose cambiano.

La tristezza prende il sopravvento. La voce si fa algida, acutissima, sicura e abbandona la tonalità tipica di Morrissey (The Smiths) in favore di uno slancio verso l’alto. Vibrante e incisiva, è una spada d’acciaio affilata, sullo sfondo di un cielo bianco. Predominano i suoni elettronici, quasi spaziali, di una malinconia autoreferenziale. Chitarra, batteria e basso, sebbene in secondo piano, sostengono bene il teatrino melodrammatico. Nelle canzoni nuove, mature e meno famose, la componente spensierata, allegra e adolescenziale è stata spazzata via. Ritornelli ben misurati, melodie mirate, nuvole rosa sulle quali sedersi a leggere Murakami.

Il cantante, dalle movenze inconfondibili (un che di Ian Curtis, con quelle braccia che vanno dove vogliono loro) schiaffeggia virtualmente con delicatezza il pubblico. Non c’è comunicazione alcuna fra le due parti (spettatori e musicisti) a parte il microfono, che nelle canzoni più famose viene proteso verso le bocche dei fan più sfegatati. L’atmosfera è dark, surreale. La band è spesso al buio, il cantante illuminato da dietro, come un eroe futurista. Fumo sul palco e un sintetizzatore disposto in verticale che sembra uscito da 2001 Odissea nello spazio. Una performance equilibrata, niente errori e niente eccessi, nel bene e nel male. Il pubblico è tranquillo, si esalta durante le hit, ma nel complesso rimane calmo. Le emozioni sono come ovattate, cullate da un ritornello malinconico. Sia dal palco che dalla platea emana un’aura malata, come se la vita si stesse pian piano allontanando verso un mondo onirico di dolce tristezza. Un limbo incomprensibile di sofferenza felice. Ghiaccio nel cuore e sguardi languidi.

Uno spettacolo ingabbiato, immobile, chiuso, freddo, a senso unico. E forse, proprio per questo, interessante.

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