Back to the Seventies!

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Bisogna dirlo, a volte la vita è proprio una merda. Ha l’innata capacità di coglierti impreparato. Non ci si scampa, è così e basta. Non puoi far altro che mandare giù il boccone, bolo gigantesco e nauseabondo. Il problema non è tanto ingoiare la schifezza, nella speranza di digerirla al più presto. Il problema è l’amaro che ti lascia in bocca. Puoi mangiare o bere qualsiasi cosa, ma il retrogusto malefico rimane lì, ad appestarti. Come quando vomiti, che ti sembra che il saporaccio di bile non debba andarsene più via, appiccicato per sempre alla gola.

Poi ci sono delle esperienze che hanno il potere di annullare tutto, di proiettarti lontano. Ti dimentichi chi sei, non badi più al mondo che ti circonda e vivi esclusivamente di sensazioni. L’amaro in bocca sparisce e tutto si sistema. E’ quello che mi accade quando ascolto gruppi degni di nota. Dimentico i miei pensieri e mi perdo nella musica. Questo è quello che è successo sabato 22 novembre al concerto degli Universal Sex Arena al Cox 18 (Via Conchetta, 18).

E’ tardi, ci arrivo quasi per caso. Non so chi stia suonando. Entro nel locale buio e fumoso. Un rock d’altri tempi invade l’aria. Anni ’70 rudi. Scuola Detroit, Stooges e Mc5, ma con una voce classica, alla Deep Purple. Mi dirigo verso il palco e capisco subito che c’è qualcosa che non va. Due chitarre, due batterie e un basso si stanno scatenando, ma non riesco a vedere la voce del gruppo, che sta cantando a squarciagola. Poi noto del movimento nella zona bar. Giro lo sguardo e lo vedo. Un folle, stivali e pantaloni attillati neri, petto nudo e capelli lunghi biondi, in piedi sul bancone si dimena con un microfono in mano. Rimango estasiato. Ma vieni!!! penso, dai che c’è ancora qualcuno che si scatena come si deve! Non riesco staccargli gli occhi dosso. Il suo è un vero e proprio spettacolo. Salta giù dal banco e si butta a cantare in mezzo alla folla. Richiama le persone, vuole essere circondato. Poi si getta ai piedi di due ragazze, ne abbraccia le gambe. Salta sul palco, si aggrappa all’asta del microfono, continua a cantare. Ritorna in mezzo al pubblico in un’escalation delirante. Stupisce il suo controllo della voce: squillante, decisa sugli alti, mai fuori posto, sempre composta e decisa. La base ritmica, con due batterie, è incisiva, veloce, potente. Le chitarre si abbandonano ad assoli energizzanti. Mi sento nei ruggenti anni ’70, in un’esplosione di suoni e colori. Il gruppo è bravo, ma a fare la differenza è il cantante. Carisma, energia, controllata follia. Si abbandona totalmente all’esibizione, è un tutt’uno con la musica. Non c’è artifizio. E’ tutto naturale, spontaneo. Mi ricorda un Iggy Pop ripulito, nella forma come nella sostanza. Una vera attitudine rock.

Il concerto finisce. Dal palco dicono: “Là nell’angolo ci sono i nostri manufatti, che potete comprare. Così ci date una mano a ritornare a casa, a Detroit, dove siamo nati”. Loro in realtà sono veneti e pubblicano per una delle maggiori etichette indipendenti italiane, La Tempesta Dischi (Zen Circus, Management del dolore post operatorio, Pan del Diavolo, Luci della Centrale Elettrica, Capovilla, Tre Allegri Ragazzi Morti, ecc). Ma il riferimento a Detroit è ben chiaro, almeno per me. La città industriale per eccellenza, dove garage e punk primordiale hanno germinato fra le lamiere contorte della Ford. Povertà a disagio al servizio dell’anarchia musicale.

 

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