One-man bands: uomini allo sbaraglio

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Una serata piovosa quella di lunedì (17/11), perfetta per un concerto intimo e intimistico. Al Gattò, ristorante in via Castel Morrone 10, vanno in scena due one-man band: Uncleshit dalla Brianza e The Dad Horse Experience dalla Germania.

Piove, si diceva, e quando arrivo il locale è ancora vuoto. Parlo con Olly, spigliata 28enne milanese. E’ una delle proprietarie del ristorante (sono 2 coppie di sorelle gemelle, roba da far girare la testa a Mendel, fondatore della genetica) e mi spiega che da ormai tre anni il lunedì è la giornata dei live. Un modo per aprirsi a nuovi clienti, sicuramente una buona mossa di marketing. Musica e finger food gratis.

Prima del concerto incontro entrambi gli artisi. Certo che con i nomi siete ben strani. Uno si chiama Ziomerda (riferimento al modo di dire lombardo) e l’altro… Boh, cos’è? L’esperienza del cavallo del papà? O è il papà ad essere il cavallo? Il tedesco mi guarda divertito: non so. Il brianzolo risponde: se il cavallo è il papà, il problema è la mamma.

Così sono gli artisti solitari: alla mano, simpatici, abituati al pubblico della strada. Che è d’obbligo per essere accettati nel club degli one-man band, mi dice lo Zio. Devi dimostrare che sei fatto della loro pasta. Sennò non ti fanno entrare. Ma entrare in che senso? chiedo. Nel senso che ci si chiama a vicenda per le serate, creando un vero e proprio circuito. Anche il Cavallo mi conferma la cosa. Lui per esempio ha fatto il primo tour negli Stati Uniti su invito di Muddy Roots, etichetta discografica del Tennessee. Da quel momento ci ritorna spesso e le sue canzoni, che sono in inglese, le conoscono in tanti nel West. Mi dice che i bambini le cantano con accento tedesco. Assurdo. Per lui è un bel traguardo. “Quando inizi a suonare a 40 anni -spiega- rischi di non avere credibilità”.

Fra chiacchere e aperitivo il locale si riempie. Inizia la musica.

“Ciao, sono Uncleshit e suono da solo perché non ho amici”. Così inizia Fabio Federico Gallarati: con ironia. Il suo trashabilly blues è rude, veloce, grezzo, da strada. Il ragazzone parla col pubblico, è genuino, ce la mette tutta. Performance non impeccabile, ma piacevole. Ho avuto problemi con gli strumenti, mi dice. In effetti la gran cassa si muoveva. Va a bersi un bicchiere non troppo soddisfatto.

Arriva The Dad Horse Experience, il vero guest della serata. Sedia, pedal board (uno strumento elettrico che permette di suonare con i piedi), 2 banjo e un mandolino. Presenta al pubblico la sua rivisitazione di country, bluegrass e gospel bianco americano. Specifica “This is gospel from basements, not from churches” (è il gospel delle cantine, non delle chiese). Questo omone di 50 anni, pacato e gentile, che suona senza scarpe, ma con i calzini (da buon tedesco) è una via di mezzo tra un predicatore e un punk. Nelle sue canzoni dal ritmo cadenzato tipico del country parla di Dio e paradiso, ma il suo è un ironico e urlato lamento della vita. La sua voce a tratti stonata, quando raggiunge l’apice delle note alte sembra squarciare il cielo. Sconquassa. Turba. Un amico mi dice che sembra Joe Strummer (Clash). C’è un sacco di passione nell’aria. Le persone lo seguono assorte. E così anch’io. Mi perdo nella sua musica rude e genuina. Me lo immagino in un film d’altri tempi, su una sedia a dondolo in vimini, da solo in veranda con una spiga di grano in bocca, a cantare a squarciagola verso una landa desolata e polverosa del Tennessee.

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